mercoledì 24 maggio 2017

Legittimità del Sequestro di un Sito web


LA LEGGITTIMITA DEL SEQUESTRO DEI SITI WEB

Il continuo sviluppo della tecnologia, dei sistemi informatici e delle prestazioni di natura 2.0. pretendono una continuativa operatività del legislatore italiano necessaria, nei tempi odierni, per adeguare la norma alle innovazioni di interesse informatico e quindi coadiuvare il cittadino nella ricerca di quella giustizia che diversamente troverebbe difficoltà nella sua esecuzione.

Molto spesso, infatti, si rinviene necessario l'utilizzo del diritto ordinario per far fronte a tutti quegli aspetti funzionali che, strumentalizzati all'interno del web, pongono un importante problematica di interesse soggettivo per colui che, ingiustamente, potrebbe trovarsi a difendere la propria immagine a seguito di falsa rappresentazione della realtà all'interno di una testata giornalistica.

In questo si rinviene una importante Sentenza della Corte di Cassazione ( Sentenza n. 31022/15 ) che ci aiuterà a risolvere le perplessità che molto spesso attanagliano l'utente colpito da attacchi mediatici online.
Ed in relazione alla sentenza sarà opportuno comprendere come sottoporre un sito web ad un sequestro preventivo ex Art. 321 c.p.p. sia possibile .


Concetti di Diritto:
Quando parliamo di Sequestro Preventivo ci riferiamo a quanto sancito dall' Art. 321 del c.p.p e quindi letteralmente:
  1. Quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero, il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con Decreto motivato. Prima dell'esercizio dell'azione penale provvede il Giudice per le indagini preliminari.
  2. Il Giudice può altresì disporre il sequestro delle cose di cui è consentita confisca, il sequestro preventivo è una misura cautelare che può essere disposta in due ipotesi: o per evitare che la disponibilità di una cosa pertinente al reato possa far persistere o aggravare le conseguenze dello stesso, oppure per evitare che ciò possa agevolare la commissione di altri reati"


La cassazione per stabilire se dovrà rendersi necessario applicare l'istituto sancito dal codice di procedura penale avrà quindi l'obbligo di chiarire preliminarmente due fondamentali tematiche e quindi;
  • Ricondurre la nozione di "SITO WEB" al concetto di "COSA" ( daltronde il Sito web è un bene immateriale e non tangibile );
  • Nel merito la Corte nella sentenza su citata risponde in modo affermativo, richiamando il principio sancito dalla normativa di Budapest sul "CyberCrime" (Convenzione Consiglio d'Europa 32 Novembre 2001 ) in cui viene espressamente equiparato un dato informatico al concetto di "cosa pertinente al reato" così come previsto dal nostro Codice penale nell' Art. 321 c.p.p.
    Specificatamente, per stabilire l’espressione “informazioni relative agli abbonati” la Convenzione designa tale denominazione come ogni informazione detenuta in forma di dato informatico o sotto altra forma da un fornitore di servizi e relativa agli abbonati ad un proprio servizio e diversa dai dati relativi al traffico o al contenuto e attraverso la quale è possibile stabilire: a. il tipo di servizio di comunicazione utilizzato, le disposizioni tecniche prese a tale riguardo e il periodo del servizio;
    b. l’identità dell’abbonato, l’indirizzo postale o geografico, il telefono e gli altri numeri d’accesso, i dati riguardanti la fatturazione e il pagamento, disponibili sulla base degli accordi o del contratto di fornitura del servizio;
    c. ogni altra informazione sul luogo di installazione dell’apparecchiatura della comunicazione, disponibile sulla base degli accordi o del contratto di fornitura del servizio
  • Estendere ad un sito web i confini dl sequestro preventivo sanciti dal codice di procedura penale. Il sequestro è infatti ricompreso nel nostro diritto tra le misure cautelari"Reali" che non impongono alcun "facere" all'imputato mentre per il caso di un sito web si ritiene opportuno "obbligare a fare" ( nello specifico al gestore del sito ) e quindi a bloccare la sezione o la pagina web incriminata. Tuttavia la Corte di Cassazione ci spiega come tale attività di "facere" sia in realtà fattibile perchè la norma và integrata con quanto disposto dal noto D.lgs. 70/2003 (già attuativo della Direttiva Comunitaria 200/31/CE ) all'Art. 14 comma 3 che testualmente recita : " L'autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza può esigere anche in via d'urgenza, che il prestatore, nell'esercizio delle attività di cui al comma 2, impedisca o ponga fine alle violazioni commesse" e quindi nell'Art. 15.1.e che testualmente recita " L'autorità giudiziaria agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l'accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l'accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un'autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione".
  • Valutare la persistenza dei requisiti previsti per le misure Cautelari e quindi il "Fumus Boni Iuris" ed il "periculum in mora".



E' quindi sempre necessaria una valutazione completa della problematica sottoposta al professionista ma quanto oggi previsto dalla norma sicuramente potrà aiutare il soggetto, minacciato dal vedersi intrappolato all'interno di una morsa mediatica ormai sempre più condivisa come la rete 2.0., ad uscire dal terrore di mantenere online notizie od informazioni lesive.

A tale presupposto, poi, sarà necessario l'affiancamento di un legale che, ottenuto tale titolo potrà procedere come da intese.

mercoledì 22 febbraio 2017

L'algoritmo della reputazione viola la dignità personale

Il progetto di misurazione del "Rating Reputazionale" sembrerebbe violare le norme del Codice sulla Protezione dei dati personali.
Infatti risulterebbe incidere negativamente sulla dignità della persona.
Questo quanto stabilito dal "GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI" durante i primi giorni dell'anno.
Quanto asserito dal Garante era già stato oggetto di disamina nell'ormai noto Doc Web 596783 del Dicembre 2016 presente nel sito del Garante.



Il Garante stabiliva infatti che:
"L'infrastruttura, costituita da una piattaforma web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti "caricati" volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o "pescati" dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema assegnerebbe poi ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado, secondo la società, di misurare in modo oggettivo l'affidabilità delle persone  in campo economico e professionale"

Il progetto, elaborato da una società preposta alla gestione di tale attività di Rating, consisterebbe in una piattaforma web e in un archivio digitale che raccoglierebbe tutte quelle informazioni personali su diversi tipi di individui ( siano essi aziende, imprenditori, liberi professionisti ed anche cittadini ) cercate dagli utenti attraverso il web.

Attraverso un algoritmo il sistema ideato dalla Società in questione sarebbe ( a loro dire ) possibile  misurare "oggettivamente" l'affidabilità delle persone in campo economico e professionale attribuendo dunque un punteggio idoneo ( il c.d. Rating ) commisurato alla reputazione online afferente al soggetto ricercato.

Tale progetto, il Garante insiste, dovrà considerarsi carente di tutti i presupposti per potersi considerare sicuro disponendo il divieto di qualsiasi operazione di trattamento presente e futura per il progetto di rating reputazionale.

Nello specifico il Garante precisa;
"si ritiene che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle  modalità di trattamento che la società intende mettere in atto. Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l'erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame - realizzato  peraltro in assenza di una idonea base normativa - presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un'ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini). 
Il "rating reputazionale" elaborato potrebbe ripercuotersi sulla vita delle persone censite, influenzando le scelte altrui e  condizionando l'ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.
Per quanto riguarda, poi, l'asserita oggettività delle valutazioni, la società non è stata in grado di dimostrare l'efficacia dell'algoritmo che regolerebbe la determinazione dei "rating"  al quale dovrebbe essere rimessa, senza possibilità di contestazione, la valutazione  dei soggetti censiti. L'Autorità nutre, in generale, molte perplessità sull'opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Senza contare, infatti, la difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, la valutazione potrebbe basarsi su documenti e certificati incompleti o viziati, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.
Dubbi sono stati espressi dal Garante anche sulle misure di sicurezza del sistema -  basate, prevalentemente, su sistemi di autenticazione "debole" (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari secondo l'Autorità davvero inadeguate, specie se rapportate all'elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all'ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all'interno della piattaforma.
Ulteriori criticità, infine, sono state ravvisate nei tempi di conservazione dei dati e nell'informativa da rendere agli interessati"

lunedì 19 dicembre 2016

Diritto all’oblio negato per casi giudiziari più gravi

Nelle Vicende Giudiziarie di Grave Entità, 
l'interesse Pubblico a conoscere le notizie dovrà PREVALERE sul DIRITTO All'Oblio delle persone coinvolte.


Una storica sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea ( maggio 2014 ) sanciva l'introduzione del cosidetto DIRITTO ALL'OBLIO IN RETE.
Ad oggi molti gli interventi del Garante della Privacy in Italia ed è recente la motivazione con cui il Dott. Soro sancisce quest'ultimo principio.


"IL DIRITTO ALL'OBLIO E' NEGATO PER I CASI GIUDIZIARI PIU' GRAVI
soprattutto se l' Iter processuale si è concluso da poco


Con tale motivazione il Garante della Privacy ha dichiarato l'infondata richiesta di DEINDICIZZAZIONE di alcuni articoli presentata da un ex consigliere comunale coinvolto nel 2006 in una indagine per corruzione e truffa poi conclusa con sentenza del 2012 di patteggiamento e pena interamente coperta da indulto.
Questi aveva presentato istanza di rimozione dei link facenti riferimento agli articoli pubblicati dai vari siti che illustravano la propria vicenda.
Dopo essersi rivolto a Google invano l'ex consigliere aveva presentato ricorso al Garante chiedendo a questi la rimozione di alcuni URL relativi proprio all'indagine in cui era rimasto coinvolto sicchè ancora apparivano nei risultati di ricerca del noto motore di ricerca.

Secondo l'ex Consigliere la permanenza in rete di tali notizie, risalenti a circa 10 anni prima e ormai prive di interesse, gli avrebbero causato un danno di immagine, alla vita privata ed all'attuale attività lavorativa, peraltro nemmeno più legata ad incarichi di natura pubblica.

In accordo con le Linee guida dei Garanti Europei, l'Autoritò ha sottolineato che sebbene il trascorrere del tempo sia la competente essenziale del DIRITTO All'OBLIO, questo elemento incontra un LIMITE quando le informazioni di cui si chiedere la deindicizzazione siano riferite a reati gravi che hanno destato un forte impatto sul sociale.

Inoltre, nonostante fosse trascorso un certo lasso di tempo dai fatti riportati negli articoli ancora online, nel caso specifico meritava considerazione il fatto che la vicenda giudiziaria si fosse definita solo pochi anni prima.

Oltre a ciò, alcune pagine web ancora in rete richiamavano la notizia in articoli relativi ad un maxi processo sulla corruzione pubblicati fino al 2015 e la loro relativa attualità dimostra l'interesse ancora vivo dell'opinione pubblica relativamente ad i fatti di cui all'ex consigliere

Avv. Fabio Maggesi

lunedì 18 luglio 2016

PRIVACY SHIELD Adottato dalla Commissione Europea

Al Via il nuovo accordo che supera il vecchio SAFE HARBOR; Obblighi Rigorosi per tutte le imprese che operano sui dati, sulla trasparenza e sulla Tutela dei Diritti.


Questi i principi fondamentali sui cui si fonda il nuovo Accordo fra EU e USA per gli scambi oltreoceano dei dati personali per finalità di natura commerciale.

Ormai da pochi giorni la Commissione Europea ha completato la procedura di Adozione del "EU-US Privacy Shield".
Sembrerebbe che lo Scudo per la Privacy abbia ottenuto il giusto riscontro e requisiti di stabilità adeguati per potersi mettere in campo.
Il Privacy Shield oggi, dunque, propone significativi passi in avanti se si pensa al punto di partenza tenutosi nel lontano 2000 su impulso dell'ex Presidente dell'Autorità Garante Italiana per la Privacy, Stefano Rodotà, nonchè presidente illo tempore del Gruppo dei Garanti Europei  ( c.d. Gruppo Art. 29 della Direttiva Comunitaria 95/46/CE ).

Devo, in ogni caso, anche in vista dei ragionevoli sforzi, ritenere che si sia raggiunto un ottimo compromesso considerando anche il punto di vista della Famosa Sentenza  della Corte di Giustizia Europea che ha invalidato nel 2015 il precedente Safe Harbor perchè privo delle sufficienti garanzie sulla tutela della riservatezza dei dati degli utenti europei trasferiti oltreoceano.

La decisione della Corte, infatti, accoglieva ( si ricorda ) il ricorso di un cittadino Austriaco (un certo Max Shrems ) nei confronti di Facebook che, muovendo rivelazioni riguardo al caso Snowden, denunciava le violazioni al diritto alla riservatezza da parte della NSA (National Secutiry Agency) ritenendo dunque il diritto Statunitense insufficiente alla protezione dei dati trasferiti dall'EU.

Con il Privacy Shield, quindi, oggi USA ha escluso attività indiscriminate di sorveglianze di massa sui dati personali trasferiti da EU a USA assicurando, così, meccanismi di vigilanza determinati; 
ed infatti l'Intelligence nazionale ha garantito come la raccolta di dati di massa sarà "eventualmente ammessa" esclusivamente laddove ne ricorrano i presupposti.

In vista del nuovo Accordo, di non facile ripetizione, il Dipartimento del Commercio degli US, sottoporrà le imprese aderenti allo Scudo a verifiche e ad aggiornamenti periodici onde accertare che vengano rispettate le regole sancite.
Diversamente, l'azienda sarà sanzionata ed eventualmente "cancellata" dall'elenco dei c.d. aderenti.

Altra cosa importantissima sarà la possibilità, per il cittadino Europeo che riterrà di aver subito un abuso, di presentare un esposto mediante semplicissimi meccanismi di composizione di semplice fattuizione e dai costi contenuti.
Per il caso di specie, sarà l'azienda stessa a risolvere il caso denunciato oppure saranno offerte delle "Alternative Dispute Resolutions" presso le rispettive autorità nazionali che, per la determinazione dell'eventuale controversia, collaboreranno con la Commissione Federale del Commercio Americano onde assicurare che i casi di reclamo sottoposti dai propri cittadini siano "realmente" esaminati e quindi risolti.
Laddove non vengano risolte le problematiche così come insorte sarà, in ogni caso, ammesso un Arbitrato così come, nei casi che riguarderanno la sicurezza nazionale, il caso irrisolto sarà vagliato della figura del Mediatore ( figura indipendente dai Servizi di Intelligence degli US ).


Con tale Scudo ci auguriamo di poterci trovare finalmente nel futuro, laddove USA, ancora si ritiene, avrebbe invece voluto ancorare ed equiparare il trattamento dei dati provenienti da Oltreoceano, come ad un trattamento di merce di massa, al pari della merce materialmente trattata.
Da domani, invece, ci si aspetteranno precisazioni sulla raccolta dei dati in blocco, importanti rafforzamenti del meccanismo di mediazione nonchè una maggiore esplicitazione degli obblighi delle imprese affinchè queste non possano più gestire i medesimi dati con "superficialità" come nel precedente accordo.


Tesseramento FIGC minore Extracomunitario

IL PRIMO  TESSERAMENTO  PRESSO  LA  FIGC  DEL MINORE EXTRACOMUNITARIO E’ OBBLIGATORIO LADDOVE LO RICHIEDAIL TUTORE



L’art 19 del regolamento FIFA dispone che:




TRASFERIMENTI INTERNAZIONALI DI MINORI



Tutela dei minori
1. I trasferimenti internazionali dei calciatori sono consentiti solo se il calciatore ha
superato il 18° anno di età.

2. A questa regola si applicano le seguenti tre eccezioni:
a) I genitori del calciatore si trasferiscono nel Paese della nuova società per motivi indipendenti dal calcio.
b) Il trasferimento avviene all’interno del territorio dell’Unione Europea (UE) o dell’Area Economica Europea (AEE) e il calciatore ha un’età compresa fra i 16 e i 18 anni. In questo caso la nuova società è tenuta a soddisfare i seguenti obblighi minimi:
i) fornire al calciatore un’adeguata istruzione e/o formazione calcistica in linea con i più elevati standard nazionali;
ii) garantire al calciatore una formazione accademica e/o scolastica e/o formazione professionale, in aggiunta alla sua istruzione e/o formazione calcistica, che consenta al calciatore di perseguire una carriera diversa da quella calcistica nel momento in cui dovesse
cessare l’attività professionistica;
iii) adottare tutte le misure necessarie affinché il calciatore sia seguito nel miglior modo possibile (ottime condizioni di vita presso una famiglia ospitante o una struttura della società, nomina di un tutore all’interno della società, ecc.);
iv) all’atto del tesseramento del calciatore, dimostrare alla Federazione di appartenenza di avere soddisfatto tutti i succitati obblighi;
c) Il calciatore vive in una località ubicata ad una distanza massima di 50 km dal confine nazionale e la società all’interno della federazione confinante per la quale il calciatore desidera essere tesserato si trova altresì a 50 km di distanza dallo stesso confine. La distanza massima fra il domicilio del calciatore e la sede della società sarà quindi di 100 km. In questi casi, il calciatore deve continuare ad abitare nel proprio domicilio e le due
Federazioni interessate dovranno dare il loro esplicito consenso.

3. Le stesse condizioni riportate nel presente articolo si applicano per quanto riguarda il
primo tesseramento dei calciatori che hanno una nazionalità diversa da quella del paese
nel quale richiedono di essere tesserati per la prima volta.

4. Ogni trasferimento internazionale, ai sensi del paragrafo 2 del presente articolo, ed
ogni 
primo tesseramento ai sensi del paragrafo 3 sono soggetti all’approvazione di
una sottocommissione nominata all’uopo dalla Commissione per lo status dei calciatori.
La richiesta 
di approvazione deve essere formulata dalla Federazione che desidera tesserare il calciatore.
Alla Federazione di provenienza viene data la possibilità di esprimere la propria
posizione. L’approvazione della sottocommissione deve essere ottenuta prima di
una 
qualsiasi richiesta di CTI inoltrata da una federazione e/o prima di un primo
tesseramento.
Eventuali violazioni di questa disposizione saranno sanzionate dalla 
Commissione disciplinare ai sensi del Codice disciplinare della FIFA. 
L’irrogazione di sanzioni è prevista non solo a carico della federazione che non abbia inoltrato la propria richiesta alla sotto-commissione, ma anche a carico della Federazione
di provenienza per 
aver emesso il Certificato internazionale di trasferimento senza l’approvazione della sottocommissione,
nonché delle società che abbiano concluso un contratto per il trasferimento
del minore.

5. Le procedure previste per richiedere alla sottocommissione il primo tesseramento e il
trasferimento internazionale di un minore sono contenute nell’Allegato 2 del presente regolamento………………………………..

La Federazione Italiana Gioco Calcio, al fine di arginare e/o limitare il “ Traffico dei minorenni ”, qualora la richiesta di primo tesseramento presenti un elemento contravvenente a tale articolo, prende propria tale disposizione FIFA ed applica rigorosamente e letteralmente tale normativa disponendo, sempre ed in piena autonomia ma in conformità con questa, sia il divieto  del “ trasferimento internazionale di calciatori minorenni “, sia quello di “ primo tesseramento di un calciatore minorenne per la federazione di un paese di cui non ne è cittadino “.
Nel caso di “ primo tesseramento” per minore extracomunitario, tuttavia, la normativa FIFA vigente, laddove dispone all’art. 2 lettera a) “ i genitori del calciatore minorenne si trasferiscono nel paese del tesseramento per una motivazione non legata al calcio “ non prende in giusta e debita considerazione la fattispecie dell’istituto della Tutela e, spesso non consente al tesseramento dell’atleta minore.
L’Istituto della tutela, per consolidata dottrina e giurisprudenza é “… istituto pubblicistico di protezione del minore privo di genitori o con genitori impossibilitati ad esercitare la loro funzione surrogatoria rispetto alla resporsabilità generitoriale, con garanzie rispetto a quest’ultima, se mai  maggiori, se si considera che l’istituto include il complesso delle attività svolte, nell’interesse della persona ad ssa soggetta, non solo dal tutore, ma soprattutto dall’autorità giudiziaria (  Cass. Sez. VI 15.05.2012, n. 7621 ), con il tutore soggetto a più pregnanti controlli rispetto al genitore ( ad es. inventario, cauzione etc. ) e compiti, in una visione moderna dell’ufficium, rivolti, assieme al Giudice tutelare, si all’amministrazione del patrimonio del minore, ma anche alla cura dell’educazione e degli interessi morali dell’incapace che vede, anche il suo matrimonio amministrativo allo scopo di realizzare quello che è il progetto di vita dello stesso… individuare la finalità reciprua della disposizione in esame nell’arginare il cosidetto fenomeno del “traffico di atleti minorenni”, per un verso non può, innanzitutto, voler dire porre sullo stesso piano un tale fenomeno, dai contorni tutt’altro che definiti, chiari e convincenti, con quelli ben diversi,drammatici e criminali della tratta di esseri umani ( vedesi Libro Bianco dello sport della Commissione europea e relativa Risoluzione del Parlamento europeo 2 maggio 2008 ) o del traffico di clandestini, per altro verso,significa, in via principale, dover verificare in concreto se possa ricorrere una tale situazione, altrimenti risolvendosi la norma in una grave forma di disparità di trattamento tra minori comunitari ed extracomunitari e pù in generale, plurime e pregnanti norme Costituzionali ( artt. 2,3 e 18 Cost. ); che in altri termini “combattere lo sfruttamento dei giovani nello sport e la tratta dei bambini ”, applicando rigorosamente le leggi e le norme esistenti ( Risoluzione Parlamento citata, 38 ), non può voler dire violare tali principi, essendo lo sport uno degli strumenti più efficaci per l’integrazione sociale e rimanendo, tra l’altro, essenziale “ accordare particolare attenzione al ruolo dello sport quale luogo per eccellenza per la coesistenza interculturale”, e nonché elemento costitutivo del dialogo e della cooperazione con i paesi terzi ( Risoluzione Parlamento Europeo citata, punto 5 ). ….., di conseguenza, senza neppure mettere in discussone la ratio della disposizione federale, va sempre stabilito caso per caso il diritto al tesseramento del minore extracomunitario onde consentirgli il libero esercizio dei diritti riconosciuti dal nostro Ordinamento anche nello svolgimento dell’attività sportiva, negli stessi termini di accesso consentiti ai calciatori minori trasferiti in ambito comunitario. ( Ordinanza Tribunale di Pescara del 02 novembre 2015 ).
Tale normativa FIFA, infatti, non può ritenersi sempre e comunque applicabile, ma deve considerare l’esistenza di norme gerarchicamente superiori ai propri regolamenti ed a quelli della FIGC; deve, infatti,  soggiacere inevitabilmente ad altro istituto riconosciuto sia in dottrina, sia in giurisprudenza; e quello della tutela del minore ed il riconoscimento della figura del suo tutore non può ritenersi certo non giustamente tutelabile.
 Per tale giusta regola, di conseguenza,  la normativa di diritto italiano e in primis il Codice Civile si dovrà ritenersi sovrapponente a qualsivoglia regolamento sportivo. L’art. 19 FIFA ( recepito anche dalla FIGC ) non può assolutamente contravvenire agli artt. 346 e seguenti del Codice Civile e la richiesta di tesseramento da parte del tutore di un minore che intende giocare al calcio a livello dilettantistico o professionistico non può ottenere alcun diniego federale.
Qualsivoglia diniego, infatti, oltre a contravvenire a norme di diritto civile, dovrà ritenersi chiaramente discriminatorio nei confronti del minore extracomunitario, ai sensi dell’art. 43 T.U 286/1998.
 Ogni qual volta, quindi, la FIFA e la FIGC, pongono in applicazione l’art 19,a) in presenza di tutore, non intendendo considerare, quindi, equiparare la figura dei genitori del minore extracomunitario, che vivono nel loro paese di origine, alla figura del tutore, violano una normativa di diritto covile e tale diniego al tesseramento, deve essere ritenuto chiaramente illeggittimo e tutelabile nelle opportune sedi giudiziarie ordinarie. Il ricorso non può che ottenere sentenza favorevole con relativo “ordine alla FIGC di tesserare il minore”.

In conclusione, quindi, la richiesta di tesseramento per la pratica del gioco del calcio sia a livello dilettantistico, sia professionistico da parte del tutore di un minorenne extracomunitario, non può essere rifiutata da parte della FIGC soltanto sul base del semplice rilievo della mancata presenza dei genitori in Italia.



giovedì 9 giugno 2016

Privacy Shield bocciato dal Garante Europeo

Il Garante Europeo per la Protezione dei Dati ha pubblicato valutazione su quanto predisposto dalla bozza del PRIVACY SHIELD


Il Garante Europeo per la protezione dei dati ha dunque pubblicato una propria valutazione relativamente al Privacy Shield, il famoso SCUDO UE-USA.

Giovanni Buttarelli ha però da subito constatato elementi di importante criticità che non soddisfano quanto previsto dalle precedente intese.
Lo stesso dichiarava 
"Apprezzo gli sforzi fatti per sviluppare una soluzione per sostituire il Safe Harbour ma il Privacy Shield così com'è non è abbastanza solido per far fronte a future analisi legali davanti alla Corte. Nel caso in cui la commissione Europea desideri adottare una "adequcy-decision" saranno necessari infatti dei miglioramenti significativi per rispettare i principi chiave della protezione dei dati con particolare riguardo alla necessità, proporzionalità, ragionevolezza e ai meccanismi di ricorso. Inoltre è tempo di sviluppare una soluzione a più lungo termini nel dialogo oltreoceano". 

In Ottobre si ricorda che una Sentenza della Massima magistratura Europea aveva infatti bocciato l'Approdo Sicuro, il grande database in territorio USA in cui da circa 15 anni i giganti del web andavano ad immagazzinare tutte le informazioni personali dei propri clienti ( Americani o meno ) non garantendo la sufficiente privacy ( recitava la sentenza della Corte ) che ora si sta cercando di adeguare.

Lo scudo ormai si ritiene di estrema necessità poichè risulta fondamentale per porre la giusta tutela a tutti quei dati personali che i cittadini Europei hanno rilasciato iscrivendosi a network o portali, quali Facebook per esempio, afferenti o di stabilità Americana.

Già lo scorso Aprile, infatti, il Garante Europeo aveva presentato l' Article 29 Working Party in cui veniva infatti analizzata la famosa bozza di "adequacy-decision" della Commissione Europea proprio per determinare il livello di protection che avrebbe dovuto garantire il Privacy Shield.
Nel documento si faceva richiamo a diverse lacune necessariamente da colmare.
Prima di divenire effettivo, infatti, il Privacy Shield dovrà ottenere e quindi prevedere quel giusto livello di protezione contro la sorveglianza indiscriminata e quindi tutti quegli obblighi sulla supervisione, la ragionevolezza, la proporzionalità, la trasparenza ed il diritto alla protezione dei dati personali oltre oceano.
Per potersi considerare efficace, ribadisce il Garante Europeo, "il Privacy shield dovrà inoltre basarsi su di un criterio di equivalenza essenziale affinchè questo si applichi, nelle pratica, ai casi di autoregolamentazione da parte di Società private, in cui i dati in transito o trasferiti in USA potrebbero essere valutati in maniera ordinaria dalle forze dell'ordine e da quelle dell'intelligence americana"

Il Privacy Shield, di fatto, cerca di evitare proprio il libero accesso dei servizi americani alle informazioni private dei cittadini Europei cosa che già la Corte Europea considerava "invasiva".

La trasparenza da parte delle Società interazionali dunque che vendono o comprano beni o servizi in Europa dovrà essere alla portata di chiunque così che chiunque possa conoscerne l'utilizzo e prima di ogni cosa l'eventuale legislazione di riferimento.

I lavori proseguono ed ancora non esiste chiarezza sul contenuto esatto di quello che sarà il testo finale dello SCUDO UE_USA ma il Garante Europeo già tiene a sottolineare come l'adozione del Regolamento Europeo, in materia di trattamento dei dati che gli stati membri dovranno applicare alla data del Maggio 2018, già ha previsto quelle che sono le preoccupazioni condivise da europarlamentari, aziende, società ed università e che quindi sarebbe opportuno che "il Legislatore Europeo perdesse maggior tempo affinchè venga trovata la soluzione più idonea e di più amplio respiro anche per una tematica così importante come quella del Privacy Shield"

lunedì 30 maggio 2016

Novità in materia di Divorzio in Russia

IL DIVORZIO CONSENSUALE IN MANCANZA DI FIGLI MINORI   IN RUSSIA



In Russia, ottenere il divorzio in mancanza di minori ed in forma consensuale è di estrema facilità, tempi relativamente brevi e costi molto contenuti. 

Questa semplice soluzione, comunque, si potrà ottenere soltanto qualora la richiesta di divorzio venga presentata personalmente da entrambe i coniugi.

Qualora, invece, un coniuge non possa, ovvero non voglia presenziare a tale incombenza, occorrerà  concedere debita procura di potere di rapprentanza ad un avvocato in Russia;  effettuare relativa autenticazione notarile; effettuare la traduzione di questa  in lingua russa ed apostillarla. Questa prassi, comunque non è consigliabile in quanto, spesso, le autorità russe non riconoscono tali documenti ( motivi burocratici ).

Quanto ai tempi di ottenimento del certificato di divorzio dal momento della presentazione ed accettazione della domanda ( se con procura ) è di circa un mese.